Recentemente ho partecipato ad un seminario, temi centrali la virtualizzazione ed il management dell’infrastruttura, sia fisica che virtuale.
Essenzialmente ho partecipato per rinfrescare le mie conoscenze sul tema e capire quali nuovi messaggi o approcci vengono proposti. Fra i temi trattati, l’IT Management e il Service Engineering hanno in qualche modo attirato la mia attenzione, entrambi sono stati presentati come possibili ambiti di ottimizzazione, sia per il contenimento dei costi sia per incrementare il livello di dinamicità dell’IT rispetto al business.
L’ IT Management, tema consolidato e supportato da best practice e standard internazionali, che ormai dovrebbe avere raggiunto un livello di maturità consistente all’interno delle aziende, potrebbe presentare nella pratica ancora spazi di miglioramento, in particolare per l’automazione delle attività di provisioning, supportando gli strumenti con un adeguato, anche se semplice, processo che comprenda fra l’altro gli step autorizzativi necessari, la definizione delle piattaforme supportate e le modalità di de-provisioning, in modo da poterlo classificare come servizio.
E qui si apre l’altro spunto, il Service Engineering, non solo dei servizi visibili al business, ma anche dei servizi interni all’IT. Il service engineering correttamente effettuato dovrebbe portare alla progettazione di servizi che permettano di ottenere i seguenti benefici
- Ridurre il costo di realizzazione
- Realizzare un prodotto di qualità
- Ridurre il costo di erogazione
Provisioning automatizzato, service engineering, virtualizzazione … in poche parole astrazione del layer fisico rispetto alle applicazioni, in poche parole cloud. Una mia collega ed io ne discutevamo 5 anni or sono, stimolati anche dalle posizioni di alcuni analisti sul tema. All’epoca avevamo ipotizzato che Linux potesse essere lo strato software (operating environment) per configurare, assegnare, condividere in modalità “virtuale” risorse HW (CPU, memoria..) e slegare completamente lo strato applicativo dall’HW. Oggi l’evidenza è che questo ruolo è ricoperto da VMware (però ESX è basato su Linux…).
Tuttavia, ritornando nel mondo reale ed abbandonando quello ideale (o virtuale), queste considerazioni si scontrano spesso con i vincoli imposti dai package software attualmente presenti sul mercato e con le modalità con cui viene sviluppato il software custom, imponendo restrizioni sull’infrastruttura sottostante e non permettendo di sfruttare le caratteristiche di dinamicità delle componenti infrastrutturali tutt’ora disponibili.
Perché sarà anche vero che c’è molto da lavorare sull’infrastruttura tecnologica, sia per i vendor che per le aziende che l’utilizzano, ma anche chi realizza software deve fare il suo sforzo per consentire la realizzazione di IT agili e dinamici.
Ah, l’altro messaggio lanciato è che il vantaggio competitivo per le aziende deriverà dalla gestione dei dati non strutturati. Chissà da dove/chi è partito il tam tam ….